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LA
VIA DELLE ALPI
Settembre 2003 > Live
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# 1
- Treviso
E'
quasi ora.
Il bagagio è pronto, con il suo contenuto d'emergenza ordinato
e compresso. La moto è qui fuori che guarda senza impegno le
anatre passare per raggiungere il fiume. Il cielo è appena drappeggiato
da qualche nuvola sfilacciata ed innocua: mi dico che forse la tempesta
ha saputo di questa partenza, ed attende paziente che passi la notte.
Non molto e la chiave girerà al primo sole per accendere un sogno
che si realizza, un sogno messo in strada quasi per caso. Si va perchè
vivere è proprio questo, dannarsi per un ideale e realizzarlo,
portarlo fino in fondo.
Starà cadendo ora, in qualche tornante, una pioggia leggera che
forse domani sarà una fatale lastra di ghiaccio, oppure sarà
brina che evaporando renderà la nebbia del mattino di quel passo
uno spettacolo che racconterò ai miei figli.
Il problema più grosso me lo darà il chiedere agli albergatori
svizzeri e francesi "un posto chiuso in garage per la moto e una
camera singola con doccia e servizi e la presa del telefono per connettermi
ad internet".
Il resto verrà comunque come uno spettacolo avvincente, un immergersi
nel mistero di un fascino d'alta quota che non cede.
Poco è bello più di vedere realizzata un'idea; c'è
qualcosa di fantastico nel rendersi conto di non essere tra quei tanti
che al bar sospirano "si potrebbe" e poi si alzano grattandosi
il cavallo dei pantaloni per raggiungere la poltrona, pensando a come
rendere meno insopportabili otto ore di lavoro.
# 2 - Passo dello Stelvio, mt 2758
Questo
vento, l'urlo che sale dalla forra, capace di stendere in una surreale
immobilità plastica e senza fremiti le bandiere sui pennoni,
può aprirsi al galoppo solo qui, in un luogo di un fascino vasto
ed eccessivo.
Alcuni grossi cumuli sfrecciano ben sopra le cime dell'Ortles così
veloci da sparire in fretta dall'inquadratura. Sto cercando di rendere
con un immagine il tempo che si paralizza, come un gatto acquattato
dallo stupore, di fronte alla grande volta blu che muta ad ogni istante
con la rapidità di un pensiero. Tutto vano. Rinuncio.
Ma anche cercare di raccontare lo Stelvio, standoci sopra, mi impone
uno sforzo inusuale. Tanti parziali inadatti incompleti aggettivi si
perdono nel vento con il fumo azzurro degli scarichi della moto, che
a zero gradi fatica a ripartire.
Anche solo a dirlo, lo Stelvio, richiede energia, energia che ho speso
a raccogliere tutte le emozioni di una scalata davvero epica.
Diciotto chilometri stretti e sconnessi, ritorti su loro stessi per
quarantotto volte, contenuti da un parapetto antico che il gelo sgretola.
Un salita che non molla mai, in un'ascesa ostinata, imperterrita, lirica
e terribile.
Non è la prima volta che tento di elevare me stesso arrampicandomi
per i tornanti dello Stelvio presi dalla Venosta, ma oggi il ghiacciaio
a sinistra che moltiplica la luce del mezzogiorno non si vede e non
si vede nemmeno, da sotto, quel solo ramo d'edera che s'arrampica per
il costone dell'ultimo lungo tratto a dire, con un salto al cuore, che
manca ancora parecchio alla cima e che il bello deve ancora venire.
Non so se lo Stelvio inizi a Trafoi o ben prima di Merano, di Feltre,
di Treviso, quando si parte da casa con un'ansia rara che ricorda quella
degli appuntamenti importanti. Oggi lo Stelvio a Trafoi spariva. Un'altissima
coltre piombo appoggiata alla valle inghiottiva tutti i panorami, concedendo
a brevissimi tratti solo qualche strapiombo nudo o uno di quei ripidissi
prati arsi dal sole e dal freddo. Tutto lo Stelvio era la striscia d'asfalto
che evaporava in una nebbia densa. Da questa qualche ciclista affiora
di tanto in tanto, quasi fermo in piedi sui pedali, o qualche operaio
con la paletta rossa a fermare chi sale perchè oggi, allo Stelvio,
stanno rifacendo il trucco.
Il suono dentro una nuvola a duemila metri è più simile
ad un fruscio, rotto in lontananza dal motore della betoniera che lavora.
Anche i rumori hanno una loro profondità e senza luce posso ricostruire
distanze che non vedo. La pioggia ora cade in granelli di ghiaccio mentre
il respiro appanna le lenti degli occhiali. Poi arriva una specie di
bestemmia, da sopra, e l'operaio fa cenno che si può ripartire.
Ti lasci dietro qualche altro ciclista salendo ma in alto è il
vento che ti sorpassa: questo gigantesco volume d'aria ha scelto lo
Stelvio come valico per raggiungere una qualche bassa pressione a valle
di là e sopra non c'è nebbia, non ci sono nuvole, credo
non ci sia ormai nemmeno la polvere.
Solo qualche uomo aggrappato alla fede per le cose belle è arrivato
quassù oggi, a guardare attraverso chilometri d'aria gelida e
tersa le cime innevate e i ghiacciai: mancano tutti quelli del mercato
di agosto, manca pure quello che fa i panini integrali con wurstel e
senape.
Il vento spara i tre gradi di temperatura dentro le fessure della tuta,
dentro le narici, dentro la testa: si cammina per far circolare il sangue
e si parla per dimostrare che circola, ma il freddo di chi non pensava
che ci sarebbe stato tanto freddo fa dire fesserie:
"Sei salito da Trafoi?"
"Si, da poco"
"Io da Bormio. Di là è come di qua?"
"Bhè [che domanda!] bisogna vedere com'era di quà"
"Ah, preciso come di là"
"Allora si"
"Oggi va così, ma ne valeva la pena"
Posso scrivere pagine su una persona che non conosco, convincere qualcuno
a visitare un posto che non ho nemmeno mai visto, ma per questo Stelvio
fatico a trovare parole, e mi chiedo se ci sia mai stato un solo momento
che non sia valso la pena vivere da qua sopra.
# 3 - Passo della Bernina, mt 2323
Sicuro
che non puoi sapere che cosa sia il vento, nè che cosa sia una
pioggia di grani di ghiaccio che stenta a cadere e t'investe sospesa
di traverso: le puoi vedere queste minuscole gocce appuntite e dure
prima che t'arrivino sul viso. Non puoi sapere cosa sia il freddo che
ti incolla le dita alle leve del cambio e che ti ghiaccia le lacrime.
A meno che tu oggi, di mattino presto, non abbia scalato con me il Bernina.
Il grande ghiacciaio ti scruta sonnolente e quasi indispettito del coraggio
puerile che ti manda avanti, e si rivela a tratti oltre la spessa bufera
come una fiera che ti spia da dietro le rocce.
Ma pure intuisci che il passo dev'essere di una bellezza piena e senza
compromessi, tanto che nemmeno il gelo e la coltre grigia e l'acqua
riescono del tutto a svilire: e poi ci sono i laghi, ognuno di un colore
diverso, dal bianco al blu profondo, ed il treno che qui, a duemila
metri, passa.
# 4 - Sustenpass, mt 2224
A
Wassen si lascia la strada grande con ancora addosso il brivido delle
gole di Schoellenen e del ponte che le attraversa: tra due strapiombi
vicinissimi un fragore profondo e potente in basso sembrava scuotere
la roccia e i sensi in una sola vertigine, una forte corrente sollevava
il rumore e il profumo del gelo e l'acqua. La strada entrava nella parete
per uscirne subito in una curva improvvisa sul vuoto. Non so il significato
del grande diavolo rosso dipinto, anche se ricordando mi dico che rende
bene l'idea.
A Wassen ci si inoltra nella Meiental, una valle silenziosa dove scorre
un silenzioso torrente: anche i pensieri abbandonano lentamente l'emozione
chiassosa dell'orrido e si fanno silenziosi, contemplativi, intimi.
Alcune rare curve danno l'idea di un dondolo e tutto ridiventa quieto.
Lentamente sale però questa valle che presto non è più
così ampia, sale anche il rumore dell'acqua di un torrente che
diventa pian piano rapida e dietro le curve dolci delle montagne più
vicine s'intravede qualche cima altissima, bianca e tagliente. I pendii
hanno un riflesso amaranto e i grossi macigni sono ricoperti di muschio
di un verde intenso: il bagliore della neve fresca si fa dominante ai
primi tornanti. Si sale in un solo strappo, come per scavalcare un muro;
la lunga valle attacca il Sustenpass solo alla fine.
E' una galleria l'ultimo centinaio di metri, e ricorda gli ingressi
buii a teatro prima di arrivare in sala, e di là è lo
spettacolo: quest'oggi le Alpi mandano in scena l'incanto di una insospettabile
meravigliosa valle: sono d'accordo tutti, il sole che c'è e che
scalda, il vento che spazza la nebbia e ti concede di vedere lontano,
la neve che dev'essere scesa questa notte o forse ieri.
Ricordo di aver fermato la moto sospettando di essere di fronte ad uno
dei luoghi più belli della terra, ma ancora non avevo iniziato
a scendere, non avevo ancora visto la galleria passare sotto la maestosa
cascata, nè gli speroni di roccia viola, nè i fiori, nè
il possente ghiacciaio che dalla vetta del Sustenhorn scendeva fino
al lago. Avrei compreso poi, ma sopra potevo solo intuire, ammirando
quella valle verdissima che si apriva da un piccolo specchio d'acqua
increspato, talmente limpido da non aver colore, capace solo di riflettere
il massiccio Titlis o il blu intenso attraversato da cumuli, voluminosi
e così bianchi da confondersi con la neve, ingigantendo a dismisura
le pareti più alte.
Come da ragazzi, quando in compagnia si faticava a lasciarsi cercando
di allungare il più possibile una serata ogni volta memorabile,
così io scendevo le ampie volte del Sustenpass quasi in bilico
sulle pedane, lasciandomi accompagnare dai verticali di pietra altissimi
che si levavano su entrambi i lati della strada, dentro una sorta di
tunnel scoperto, e non potevo girarmi senza che non mi si presentasse
una vista capace di togliere il fiato.
Le cascate in lontananza, dall'altra parte, scendevano nel vuoto lentamente
e senza suoni, per sparire tra i pini: i torrenti rigavano di azzurro
e spuma i pendii e ricordo di aver pensato che forse il Sustenpass è
così solo oggi, che forse la montagna non ha una bellezza assoluta
ed immobile: quella che ho visto io oggi non sarà la stessa che
vedrò domani.
Perciò e necessario tornare.
# 5 - La Valle delle Cascate
Mi
riuscirà difficile spiegarti quello che ho visto, perchè
non c'è qualcosa di simile che io possa usare per darti un'idea,
per farti un paragone.
Immagina una striscia di terra la più rigogliosa possibile, piana
se non appena un po' in salita ed allungata, con qualche paese contenuto
in poche case, adorne di fiori e curatissime. Una sola strada la percorre.
Pensa ora a due costoni altissimi di roccia viva che la cingono, uno
per parte, in qualcosa che potrebbe ricordare a un topo due grandi navi
affiancate all'ormeggio, o una faglia apertasi da un tempo remoto in
una profonda spaccatura, e rimasta così, immobile, dentro una
scultura di pietra verticale che fa da coro alla valle.
Ora cerca di credere che sia possibile che in un luogo già così
straordinario, dal limite ultimo dei due costoni di roccia si tuffino
nel vuoto una serie ininterrotta di torrenti, a formare quasi un lungo
colonnato d'acqua, di questo che in fondo è un tempio dove puoi
misurarti con le tue emozioni più grandi.
E oltre, lontano e dominante, lo Jungfrau e il suo ghiacciaio, che riverbera
i raggi del sole che proprio sopra disegna un arco, spargendoli e riflettendoli
dentro quest'acqua che cade e vaporizza, così che non è
raro vedere in un solo istante più di un arcabaleno.
Quanto pesano ventiquattro chilometri quadrati di ghiaccio e neve? Non
lo so, non riesco a darmene una misura qualsiasi di quelle note: ma
ne ho imparata una di nuova, un metro che può suggerire la dimensione
di uno spettacolo tanto potente: pesa ventimila litri d'acqua gelida
al secondo, costretti dentro le grotte delle cascate di Trummelbach.
La pietra che contiene una vita dirompente, ecco il segreto di questo
lembo di terra, che qualcuno ha già dichiarato patrimonio dell'umanità.
Venire qui fa crescere.
Un lungo cunicolo buio porta dentro le viscere della montagna. Il rumore
dell'acqua si leva altissimo e deforma anche i colori, amplificato dalle
grotte che sembrano risuonarne. Respiri una polvere umida, miriadi di
gocciole sospese rilasciate dalla forza della cascata che continua a
levigare la roccia, cercando nuove strade, pressata dalla gravità
enorme dell'immenso ghiacciaio che dietro spinge, e sembra attirare
nel vuoto anche noi, piccoli molluschi aggrappati ai parapetti: ci si
legge l'un l'altro lo stupore in volto, il terrore del baratro e del
fragore, e la gioia di chi ha compreso che questo preziosissimo dono
ci rimarrà per sempre.
Dieci sono i salti della Trummelbach, molti di questi all'interno di
alte caverne. Le pareti nere e lucide e levigate in forme dolci e precise,
rivelano striature amaranto ed arancione, dipinti antichi, che parlano
di una cascata che ancora si muove.
Scendiamo ascoltando ed ammirando la rabbia dell'acqua che non sembra
esausta: ogni grotta è un salto più alto, o un rumore
più forte, possiamo distingurere qualche sperone che ne sbarra
la strada, costringendola in una velocissima curva. Ma anche quello
sperone prima o poi diventerà un'onda di roccia levigata e lucida,
cedendo inesorabilmente a poco a poco.
Finisce in un bacino scuro tanta furia, che riesce ad arrivare più
a fondo della luce in un ultimo tuffo, e l'acqua si rigira in gorghi
e schiuma bianchissima fino a calmarsi ed uscire in un tranquillo torrente
di montagna.
Scendiamo questa valle dando le spalle al sole e allo Jungfrau, fino
a Murren, ai sui pochi tetti scuri della stessa tonalità del
tetto della chiesa, così che sembra, a guardarla di lontano,
che ogni casa abbia il suo bel campanile. Ma non riesco a considerare,
da dove mi sono fermato, altro che l'altissima colonna d'acqua che senza
fretta cade proprio dietro quei tetti.
La Murrenbach è forse la cascata più alta d'Europa, il
torrente in alto semplicemente ad un certo punto finisce, precipita
nel vuoto e non incontra alcuna resistenza fino a terra. L'acqua arriva
giù come una nebbia, come un velo che si carica di riflessi iridescenti:
non c'è foga ma un semplice maestoso bellissimo volo libero.
# 6 - Col de l'Iseran, mt 2770
Il
lago di Chevril, Val d'Isere, un'altro piccolo borgo, e poi più
nulla.
Chissà che faccia aveva l'ingeniere che ha deciso che la sola
via possibile per girare attorno al Massiccio della Vanoise doveva passare
per quel valico altissimo, ambizioso anche solo per chi si appresta
a percorrerlo oggi, come me, asfalato, in moto. Chissà se era
un uomo eccessivo, cocciuto, una persona abituata ad esagerare e chissà
perchè e chi gli ha messo in testa o gli ha ordinato di pensare
quel passaggio. Chissà se amava il proprio limite tanto da inseguirlo
e raggiungerlo e proseguire oltre. Chissà se anche a lui un passo
parla di un progresso interiore, di una crescita, di una sofferenza
qualsiasi affrontata e superata.
Chissà se poteva supporre che la sua opera sarebbe divenuta il
punto più alto carrozzabile da dove a destra ora scende il Parc
National de la Vanoise e a sinistra il Parco del Gran Paradiso.
Chissà cosa ha detto a lui l'Iseran, e chissà se solo
ha immaginato per un momento che l'Iseran non avrebbe mai smesso di
dire.
La strada è uno dei momenti più alti della civiltà,
perchè collega, unisce, porta, muove ed esprime una delle ricchezze
più grandi dell'uomo, il desiderio di andare oltre, di capire,
di crescere: ed alcune strade condensano nella loro immobile perfezione
i nostri valori più importanti, così che percorrerle è
andare incontro alle aspirazioni meno corrotte dal disincanto.
La Via delle Alpi è stato questo raccogliersi attorno ai principi
più profondi, cercando di comprenderli viaggiando dentro luoghi
essenziali, meravigliosi, di una incontenibile bellezza. Ma ne mancava
il simbolo: ogni giorno un paese, una vista, una comunità più
straordinaria, amici che ho e che non conosco che hanno dato una mano
in cambio di niente, un rincorrersi di emozioni mai provate che riescono
a far vibrare di continuo una fede in una esistenza che sembra aver
trovato casa. Mancava un simbolo che dicesse tutto questo in una sola
parola, in un'unica limpida suggestione: mancava il Col de l'Iseran.
Sale da lontano, ostinatamente, l'Iseran da Val d'Isere, in ampie volte
prima e in stretti tornanti poi: sale su larghi pascoli passando vicino
a forre nere di torrenti millenari, sale levandosi alto sul baratro
che apre all'ampia valle quasi deserta, sale aggrappato alla ripida
parete coperta dalla prima neve, sale nel freddo che appanna gli occhiali,
che contrae il volto ed intorpidisce le dita, sale nel bianco gelato
del ghiaccio che copre tutto ciò che si può vedere, che
copre anche pezzi di strada all'ombra delle coste. Sale in un silenzio
disabitato e non cede un momento all'ansia di sollevarsi ancora.
Attorno è tutto bianco e freddo e alto, fino a quando questa
lunghissima ascesa non impenna e trae poi un sospiro stendendosi in
cima. Non mi ero mai staccato così tanto da terra, mi viene da
pensare al termine di questo che somiglia molto ad un volo.
La moto non sa dove siamo arrivati, non sa che questo anche per lei
è forse un momento unico, irripetibile: se ne sta vicina alla
pietra miliare facendosi ammirare da qualche curioso, mentre io, raccolto
un po' di calore dagli scarichi bollenti, mi allontano quasi richiamato
da un qualcosa di particolare che mi sembra di aver visto, pochi metri
giù dal passo.
Affiancate, in una spettacolare rivista, altissime cime innevate levano
le loro affilate guglie in un cielo di seta indaco senza nuvole, e tra
me e loro, nitidissime, un tersissimo vuoto. Nessun pensiero, nessuna
parola mi riesce, così che scendo con impresso qualcosa di più
di un suono nuovo o di un colore: la memoria di tutto questo è
compresa in una nuova emozione: le Alpi sono un luogo dell'anima.
Manuel

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