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Questo
vento, l'urlo che sale dalla forra, capace
di stendere in una surreale immobilità
plastica e senza fremiti le bandiere sui
pennoni, può aprirsi al galoppo
solo qui, in un luogo di un fascino vasto
ed eccessivo.
Alcuni grossi cumuli sfrecciano ben sopra
le cime dell'Ortles così veloci
da sparire in fretta dall'inquadratura.
Sto cercando di rendere con un immagine
il tempo che si paralizza, come un gatto
acquattato dallo stupore, di fronte alla
grande volta blu che muta ad ogni istante
con la rapidità di un pensiero.
Tutto vano. Rinuncio.
Ma anche cercare di raccontare lo Stelvio,
standoci sopra, mi impone uno sforzo inusuale.
Tanti parziali inadatti incompleti aggettivi
si perdono nel vento con il fumo azzurro
degli scarichi della moto, che a zero
gradi fatica a ripartire.
Anche solo a dirlo, lo Stelvio, richiede
energia, energia che ho speso a raccogliere
tutte le emozioni di una scalata davvero
epica.
Diciotto chilometri stretti e sconnessi,
ritorti su loro stessi per quarantotto
volte, contenuti da un parapetto antico
che il gelo sgretola. Un salita che non
molla mai, in un'ascesa ostinata, imperterrita,
lirica e terribile.
Non è la prima volta che tento
di elevare me stesso arrampicandomi per
i tornanti dello Stelvio presi dalla Venosta,
ma oggi il ghiacciaio a sinistra che moltiplica
la luce del mezzogiorno non si vede e
non si vede nemmeno, da sotto, quel solo
ramo d'edera che s'arrampica per il costone
dell'ultimo lungo tratto a dire, con un
salto al cuore, che manca ancora parecchio
alla cima e che il bello deve ancora venire.
Non so se lo Stelvio inizi a Trafoi o
ben prima di Merano, di Feltre, di Treviso,
quando si parte da casa con un'ansia rara
che ricorda quella degli appuntamenti
importanti. Oggi lo Stelvio a Trafoi spariva.
Un'altissima coltre piombo appoggiata
alla valle inghiottiva tutti i panorami,
concedendo a brevissimi tratti solo qualche
strapiombo nudo o uno di quei ripidissi
prati arsi dal sole e dal freddo. Tutto
lo Stelvio era la striscia d'asfalto che
evaporava in una nebbia densa. Da questa
qualche ciclista affiora di tanto in tanto,
quasi fermo in piedi sui pedali, o qualche
operaio con la paletta rossa a fermare
chi sale perchè oggi, allo Stelvio,
stanno rifacendo il trucco.
Il suono dentro una nuvola a duemila metri
è più simile ad un fruscio,
rotto in lontananza dal motore della betoniera
che lavora. Anche i rumori hanno una loro
profondità e senza luce posso ricostruire
distanze che non vedo. La pioggia ora
cade in granelli di ghiaccio mentre il
respiro appanna le lenti degli occhiali.
Poi arriva una specie di bestemmia, da
sopra, e l'operaio fa cenno che si può
ripartire.
Ti lasci dietro qualche altro ciclista
salendo ma in alto è il vento che
ti sorpassa: questo gigantesco volume
d'aria ha scelto lo Stelvio come valico
per raggiungere una qualche bassa pressione
a valle di là e sopra non c'è
nebbia, non ci sono nuvole, credo non
ci sia ormai nemmeno la polvere.
Solo qualche uomo aggrappato alla fede
per le cose belle è arrivato quassù
oggi, a guardare attraverso chilometri
d'aria gelida e tersa le cime innevate
e i ghiacciai: mancano tutti quelli del
mercato di agosto, manca pure quello che
fa i panini integrali con wurstel e senape.
Il vento spara i tre gradi di temperatura
dentro le fessure della tuta, dentro le
narici, dentro la testa: si cammina per
far circolare il sangue e si parla per
dimostrare che circola, ma il freddo di
chi non pensava che ci sarebbe stato tanto
freddo fa dire fesserie:
"Sei salito da Trafoi?"
"Si, da poco"
"Io da Bormio. Di là è
come di qua?"
"Bhè [che domanda!] bisogna
vedere com'era di quà"
"Ah, preciso come di là"
"Allora si"
"Oggi va così, ma ne valeva
la pena"
Posso scrivere pagine su una persona che
non conosco, convincere qualcuno a visitare
un posto che non ho nemmeno mai visto,
ma per questo Stelvio fatico a trovare
parole, e mi chiedo se ci sia mai stato
un solo momento che non sia valso la pena
vivere da qua sopra.
Manuel
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