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La Via delle Alpi
Live report # 2
• Passo dello Stelvio, mt 2758
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Questo vento, l'urlo che sale dalla forra, capace di stendere in una surreale immobilità plastica e senza fremiti le bandiere sui pennoni, può aprirsi al galoppo solo qui, in un luogo di un fascino vasto ed eccessivo.
Alcuni grossi cumuli sfrecciano ben sopra le cime dell'Ortles così veloci da sparire in fretta dall'inquadratura. Sto cercando di rendere con un immagine il tempo che si paralizza, come un gatto acquattato dallo stupore, di fronte alla grande volta blu che muta ad ogni istante con la rapidità di un pensiero. Tutto vano. Rinuncio.
Ma anche cercare di raccontare lo Stelvio, standoci sopra, mi impone uno sforzo inusuale. Tanti parziali inadatti incompleti aggettivi si perdono nel vento con il fumo azzurro degli scarichi della moto, che a zero gradi fatica a ripartire.
Anche solo a dirlo, lo Stelvio, richiede energia, energia che ho speso a raccogliere tutte le emozioni di una scalata davvero epica.
Diciotto chilometri stretti e sconnessi, ritorti su loro stessi per quarantotto volte, contenuti da un parapetto antico che il gelo sgretola. Un salita che non molla mai, in un'ascesa ostinata, imperterrita, lirica e terribile.
Non è la prima volta che tento di elevare me stesso arrampicandomi per i tornanti dello Stelvio presi dalla Venosta, ma oggi il ghiacciaio a sinistra che moltiplica la luce del mezzogiorno non si vede e non si vede nemmeno, da sotto, quel solo ramo d'edera che s'arrampica per il costone dell'ultimo lungo tratto a dire, con un salto al cuore, che manca ancora parecchio alla cima e che il bello deve ancora venire.
Non so se lo Stelvio inizi a Trafoi o ben prima di Merano, di Feltre, di Treviso, quando si parte da casa con un'ansia rara che ricorda quella degli appuntamenti importanti. Oggi lo Stelvio a Trafoi spariva. Un'altissima coltre piombo appoggiata alla valle inghiottiva tutti i panorami, concedendo a brevissimi tratti solo qualche strapiombo nudo o uno di quei ripidissi prati arsi dal sole e dal freddo. Tutto lo Stelvio era la striscia d'asfalto che evaporava in una nebbia densa. Da questa qualche ciclista affiora di tanto in tanto, quasi fermo in piedi sui pedali, o qualche operaio con la paletta rossa a fermare chi sale perchè oggi, allo Stelvio, stanno rifacendo il trucco.
Il suono dentro una nuvola a duemila metri è più simile ad un fruscio, rotto in lontananza dal motore della betoniera che lavora. Anche i rumori hanno una loro profondità e senza luce posso ricostruire distanze che non vedo. La pioggia ora cade in granelli di ghiaccio mentre il respiro appanna le lenti degli occhiali. Poi arriva una specie di bestemmia, da sopra, e l'operaio fa cenno che si può ripartire.
Ti lasci dietro qualche altro ciclista salendo ma in alto è il vento che ti sorpassa: questo gigantesco volume d'aria ha scelto lo Stelvio come valico per raggiungere una qualche bassa pressione a valle di là e sopra non c'è nebbia, non ci sono nuvole, credo non ci sia ormai nemmeno la polvere.
Solo qualche uomo aggrappato alla fede per le cose belle è arrivato quassù oggi, a guardare attraverso chilometri d'aria gelida e tersa le cime innevate e i ghiacciai: mancano tutti quelli del mercato di agosto, manca pure quello che fa i panini integrali con wurstel e senape.
Il vento spara i tre gradi di temperatura dentro le fessure della tuta, dentro le narici, dentro la testa: si cammina per far circolare il sangue e si parla per dimostrare che circola, ma il freddo di chi non pensava che ci sarebbe stato tanto freddo fa dire fesserie:
"Sei salito da Trafoi?"
"Si, da poco"
"Io da Bormio. Di là è come di qua?"
"Bhè [che domanda!] bisogna vedere com'era di quà"
"Ah, preciso come di là"
"Allora si"
"Oggi va così, ma ne valeva la pena"
Posso scrivere pagine su una persona che non conosco, convincere qualcuno a visitare un posto che non ho nemmeno mai visto, ma per questo Stelvio fatico a trovare parole, e mi chiedo se ci sia mai stato un solo momento che non sia valso la pena vivere da qua sopra.

Manuel

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