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A
Wassen si lascia la strada grande con
ancora addosso il brivido delle gole di
Schoellenen e del ponte che le attraversa:
tra due strapiombi vicinissimi un fragore
profondo e potente in basso sembrava scuotere
la roccia e i sensi in una sola vertigine,
una forte corrente sollevava il rumore
e il profumo del gelo e l'acqua. La strada
entrava nella parete per uscirne subito
in una curva improvvisa sul vuoto. Non
so il significato del grande diavolo rosso
dipinto, anche se ricordando mi dico che
rende bene l'idea.
A Wassen ci si inoltra nella Meiental,
una valle silenziosa dove scorre un silenzioso
torrente: anche i pensieri abbandonano
lentamente l'emozione chiassosa dell'orrido
e si fanno silenziosi, contemplativi,
intimi. Alcune rare curve danno l'idea
di un dondolo e tutto ridiventa quieto.
Lentamente sale però questa valle
che presto non è più così
ampia, sale anche il rumore dell'acqua
di un torrente che diventa pian piano
rapida e dietro le curve dolci delle montagne
più vicine s'intravede qualche
cima altissima, bianca e tagliente. I
pendii hanno un riflesso amaranto e i
grossi macigni sono ricoperti di muschio
di un verde intenso: il bagliore della
neve fresca si fa dominante ai primi tornanti.
Si sale in un solo strappo, come per scavalcare
un muro; la lunga valle attacca il Sustenpass
solo alla fine.
E' una galleria l'ultimo centinaio di
metri, e ricorda gli ingressi buii a teatro
prima di arrivare in sala, e di là
è lo spettacolo: quest'oggi le
Alpi mandano in scena l'incanto di una
insospettabile meravigliosa valle: sono
d'accordo tutti, il sole che c'è
e che scalda, il vento che spazza la nebbia
e ti concede di vedere lontano, la neve
che dev'essere scesa questa notte o forse
ieri.
Ricordo di aver fermato la moto sospettando
di essere di fronte ad uno dei luoghi
più belli della terra, ma ancora
non avevo iniziato a scendere, non avevo
ancora visto la galleria passare sotto
la maestosa cascata, nè gli speroni
di roccia viola, nè i fiori, nè
il possente ghiacciaio che dalla vetta
del Sustenhorn scendeva fino al lago.
Avrei compreso poi, ma sopra potevo solo
intuire, ammirando quella valle verdissima
che si apriva da un piccolo specchio d'acqua
increspato, talmente limpido da non aver
colore, capace solo di riflettere il massiccio
Titlis o il blu intenso attraversato da
cumuli, voluminosi e così bianchi
da confondersi con la neve, ingigantendo
a dismisura le pareti più alte.
Come da ragazzi, quando in compagnia si
faticava a lasciarsi cercando di allungare
il più possibile una serata ogni
volta memorabile, così io scendevo
le ampie volte del Sustenpass quasi in
bilico sulle pedane, lasciandomi accompagnare
dai verticali di pietra altissimi che
si levavano su entrambi i lati della strada,
dentro una sorta di tunnel scoperto, e
non potevo girarmi senza che non mi si
presentasse una vista capace di togliere
il fiato.
Le cascate in lontananza, dall'altra parte,
scendevano nel vuoto lentamente e senza
suoni, per sparire tra i pini: i torrenti
rigavano di azzurro e spuma i pendii e
ricordo di aver pensato che forse il Sustenpass
è così solo oggi, che forse
la montagna non ha una bellezza assoluta
ed immobile: quella che ho visto io oggi
non sarà la stessa che vedrò
domani.
Perciò e necessario tornare.
Manuel
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