Avete presente quelle specialissime mattine invernali, benedette dal sole, con le strade sgombre e il vento che si infila come un brivido lungo la schiena? Quelle mattine che vi sembra quasi di voler bene a tutto quello che vi circonda, quelle mattine che vi predispongono a credere che questa vita non sia solo uno stanco ruzzolare ma che pure conceda pezzi di tenerezza e di gioia; quelle mattine che vi riempiono dentro, in cui vi viene da credere che l’amore esiste e che lo avete proprio davanti.
Niente a che vedere con questa mattina. Un freddo becco e un cielo di merda, ma proprio non si poteva fare a meno di partire: dopo dieci giorni di ferma forzata avevo solo voglia di sfinirmi nel vento con la moto.
Prima il Fadalto, come un rito, consumato in due brioches e un cappuccino, poi la Val Cellina col suo torrente verde smeraldo gelido in piena. Una visita ad Andreis, mille anni di storia in una curva; l’inedita forcella di Pala Barzana, selvaggia quasi. Poi su, verso Tramonti. La sfiga mi aspettava torva dietro un cartello enorme che vietava il transito al passo di M.te Rest: ma anche l’incoscenza ha le sue specialissime mattine di grazia e passiamo oltre: in tre sul Monster, io l’incoscenza e la sfiga. Fortuna che è un mille.
Incontriamo un Ape carica di fascine:
– Perchè è chiuso il passo?
– Per via della neve, ma vai pure, su non c’è.
– Grazie.
Infatti, su non c’era neve. La neve era a scendere, nel versante all’ombra. Io, l’incoscenza e la sfiga siamo arrivati fin dove la strada spariva dentro un piatto uniforme prato bianco. Adesso so a cosa servono i pali gialli e neri.
– Avanti, mi dico
– Si! Andiamo avanti… rincalza l’incoscenza
– Andate andate, fa la sfiga che intanto era scesa.
Dieci metri! Manubrio frizione e cambio. Vaffanculo. Silenzio. Nessuno. Qualche pacco di neve cade in tonfi sordi ed improvvisi dai rami più alti. Ho quasi paura. Cerco di tirar su la moto, una due tre volte. Si scivola, e ‘sta bestia pesa un quintale. Nessuno. Silenzio.
Poi va.
Arriviamo in qualche maniera ad Ampezzo, un po’ in sella un po’ a piedi, e lì decidiamo che infondo non è stato male, che non lo rifaremo mai più ma che l’aver avuto un intero passo solo per noi ci ha lasciato qualcosa. Perciò è naturale a questo punto della storia che non si tagli per il Mauria: rientriamo per il giro largo, per Cima Sappada.
Non le ho chiesto il nome ma ricordo di averla amata intensamente per almeno un’ora. Mi ha consigliato di bere una cioccolata calda con tanto zucchero e di lavarmi la mano con l’acqua fredda. L’anulare e l’indice non hanno retto i settanta chilometri sotto lo zero. Mi tolgo il guanto a Cima Gogna dopo la galleria di Santo Stefano: le dita sono gonfie e viola: il mignolo non si piega nemmeno. Cazzo. Principio di congelamento… mi pare di ricordare che si dica così. Entro al Bar Bianco e chiedo se qualcuno sa cosa si fa in questi casi. La cameriera lo sa e mi sistema prima delle sei. Non le ho nemmeno chiesto il nome.
A volte saremmo tentati di darla vinta ai fatti, di mollare il colpo. Ma i fatti sono un qualcosa di concretissimo e tenerli presente non è sempre facile, perchè dipende da quanti ne riusciamo a vedere, da quanti ne consideriamo, dalla prospettiva che certi li ingrandisce e altri li nasconde. Così quando si arriva a casa alle due di notte di ritorno dal Cadore, con una moto ancora una volta da riparare, ci si toglie di dosso la divisa da pirla come se fosse per l’ultima volta. Poi si accende il computer e si guardano le foto.
Ci torna in mente la nebbia del Vajont. Ci torna in mente il silenzio del Monte Rest, profondo. Ci torna in mente la cameriera del Bar Bianco. Ci torna in mente la domanda: ne vale la pena?
La divisa da pirla non sa rispondere, ed il casco immobile mi dice che io a quest’ora, di solito, ho solo molto sonno.






