La Via delle Alpi # 4 – Sustenpass, mt 2224

A Wassen si lascia la strada grande con ancora addosso il brivido delle gole di Schoellenen e del ponte che le attraversa: tra due strapiombi vicinissimi un fragore profondo e potente in basso sembrava scuotere la roccia e i sensi in una sola vertigine; una forte corrente sollevava il rumore e il profumo del gelo e l’acqua. La strada entrava nella parete per uscirne subito in una curva improvvisa sul vuoto. Non so il significato del grande diavolo rosso dipinto, anche se, ricordando ora, mi dico che rende bene l’idea.

A Wassen ci si inoltra nella Meiental, una valle silenziosa dove scorre un silenzioso torrente: anche i pensieri abbandonano lentamente l’emozione chiassosa dell’orrido e si fanno silenziosi, contemplativi, intimi. Alcune rare curve danno l’idea di un dondolo e tutto ridiventa quieto.

Lentamente sale però questa valle che presto non è più così ampia, sale anche il rumore dell’acqua di un torrente che diventa pian piano rapida e dietro le curve dolci delle montagne più vicine s’intravede qualche cima altissima, bianca e tagliente. I pendii hanno un riflesso amaranto e i grossi macigni sono ricoperti di muschio di un verde intenso: il bagliore della neve fresca si fa dominante ai primi tornanti. Si sale in un solo strappo, come per scavalcare un muro; la lunga valle attacca il Sustenpass solo alla fine.

E’ una galleria l’ultimo centinaio di metri, e ricorda gli ingressi buii a teatro prima di arrivare in sala, e di là è lo spettacolo: quest’oggi le Alpi mandano in scena l’incanto di una insospettabile meravigliosa valle: sono d’accordo tutti, il sole che c’è e che scalda, il vento che spazza la nebbia e ti concede di vedere lontano, la neve che dev’essere scesa questa notte o forse ieri.

Ricordo di aver fermato la moto sospettando di essere di fronte ad uno dei luoghi più belli della terra, ma ancora non avevo iniziato a scendere, non avevo ancora visto la galleria passare sotto la maestosa cascata, nè gli speroni di roccia viola, nè i fiori, nè il possente ghiacciaio che dalla vetta del Sustenhorn scendeva fino al lago. Avrei compreso poi, ma sopra potevo solo intuire, ammirando quella valle verdissima che si apriva da un piccolo specchio d’acqua increspato, talmente limpido da non aver colore. Un’acqua capace solo di riflettere il massiccio Titlis o il blu intenso attraversato da cumuli, voluminosi e così bianchi da confondersi con la neve, che ingigantiva a dismisura le pareti più alte.

Come da ragazzi, quando in compagnia si faticava a lasciarsi cercando di allungare il più possibile una serata ogni volta memorabile, così io scendevo le ampie volte del Sustenpass quasi in bilico sulle pedane, lasciandomi accompagnare dai verticali di pietra altissimi che si levano su entrambi i lati della strada, dentro una sorta di tunnel scoperto, e non potevo girarmi senza che non mi si presentasse una vista capace di togliere il fiato.

Le cascate in lontananza, dall’altra parte, scendevano nel vuoto lentamente e senza suoni, per sparire tra i pini: i torrenti rigavano di azzurro e spuma i pendii e ricordo di aver pensato che forse il Sustenpass è così solo oggi, che forse la montagna non ha una bellezza assoluta ed immobile: quella che ho visto io oggi non sarà la stessa che vedrò domani.

Perciò e necessario tornare.