E’ quasi ora.
Il bagaglio è pronto, con il suo contenuto d’emergenza ordinato e compresso. La moto è qui fuori che guarda senza impegno le anatre passare per raggiungere il fiume. Il cielo è appena drappeggiato da qualche nuvola sfilacciata ed innocua: mi dico che forse la tempesta ha saputo di questa partenza, ed attende paziente che passi la notte.
Non molto e la chiave girerà al primo sole per accendere un sogno che si realizza, un sogno messo in strada quasi per caso. Si va perchè vivere è proprio questo, dannarsi per un ideale e realizzarlo, portarlo fino in fondo.
Starà cadendo ora, in qualche tornante, una pioggia leggera che forse domani sarà una fatale lastra di ghiaccio, oppure sarà brina che evaporando renderà la nebbia del mattino di quel passo uno spettacolo che racconterò ai miei figli.
Il problema più grosso me lo darà il chiedere agli albergatori svizzeri e francesi “un posto chiuso in garage per la moto, una camera singola, per me, con doccia e servizi e la presa del telefono per connettermi ad internet”.
Il resto verrà comunque come uno spettacolo avvincente, un immergersi nel mistero di un fascino d’alta quota che non cede.
Poco è bello più di vedere realizzata un’idea; c’è qualcosa di fantastico nel rendersi conto di non essere tra quei tanti che al bar sospirano “si potrebbe” e poi si alzano grattandosi il cavallo dei pantaloni per raggiungere la poltrona, pensando a come rendere meno insopportabili otto ore di lavoro.
Giorno dopo giorno.