A sparargli su un piede non gli avreste cavato un suono, muto come un pezzo di ghisa: chiamava le persone con un leggero calcetto sullo stinco, tutte indistintamente, anche le sconosciute, bestemmiava spalancando le mani di fronte al naso e ti mandava a quel paese con una rotazione tutta particolare degli occhi: ma quando faceva scopa, e questo accadeva spesso, emetteva un sibilo intermittente, enfisemico, una specialissima, sinistra, soddisfatta risata.
Per il resto niente.
La cosa curiosa è che gli amici, come spesso accade nei paesini, per simpatia lo chiamavano “Modugno”. Quel giorno non c’era, e la partita a carte filava via liscia con le solite minacce complicate, le solite parole rauche esasperate dal rosso, le solite faccende di cui si occupano in tutti i bar del mondo i vecchi, che fanno sera augurandosi cancheri con la scusa del gioco.
Alla fine non ho visto questo tal fenomeno, e nemmeno si è saputo perchè quel giorno non si fosse fatto vivo, eppure di tutto quel plotone di pensionati è quello che mi è rimasto, è quello di cui ora riesco a scrivere due righe, ricopiando ciò che a gomitate si raccontavano di lui i suoi amici, ciò che, come usa nelle compagnie, sapevano benissimo tutti: “E dov’è Modugno? Dì, com’è che ride, eh? Chissà dov’è Modugno? E come fa per chiamarti, dillo te! Dai. Che forte Modugno”.
Rimaniamo nelle persone che ci vogliono bene, forse è semplicemente questo: in loro abbiamo intera la misura della nostra esistenza che altrimenti, come un radar piatto, non darebbe segnali nè lascierebbe tracce.
A questo può capitare di pensare mettendo in moto un motore straordinario, prima di scendere un passo meraviglioso, in una giornata carica di colori al sole, quando seduto dietro non c’è proprio nessuno.