Il lago di Chevril, Val d’Isere, un’altro piccolo borgo, e poi più nulla.
Chissà che faccia aveva l’ingegnere che ha deciso che la sola via possibile per girare attorno al Massiccio della Vanoise dovesse passare per quel valico altissimo, ambizioso anche solo per chi si appresta a percorrerlo oggi, come me, asfaltato, in moto. Chissà se era un uomo eccessivo, cocciuto, una persona abituata ad esagerare e chissà perchè e chi gli ha messo in testa o gli ha ordinato di pensare quel passaggio. Chissà se amava il proprio limite tanto da inseguirlo e raggiungerlo e proseguire oltre. Chissà se anche a lui un passo parlava di un progresso interiore, di una crescita, di una sofferenza qualsiasi affrontata e superata.
Chissà se poteva supporre che la sua opera sarebbe divenuta il punto più alto carrozzabile da dove a destra ora scende il Parc National de la Vanoise e a sinistra il Parco del Gran Paradiso.
Chissà cosa ha detto a lui l’Iseran, e chissà se solo ha immaginato per un momento che l’Iseran non avrebbe mai smesso di dire.
La strada è uno dei momenti più alti della civiltà, perchè collega, unisce, porta, muove ed esprime una delle ricchezze più grandi dell’uomo: il desiderio di andare oltre, di capire, di crescere. Ed alcune strade condensano nella loro immobile perfezione i nostri valori più importanti, così che percorrerle è andare incontro alle aspirazioni meno corrotte dal disincanto.
La Via delle Alpi è stato questo raccogliersi attorno ai principi più profondi, cercando di comprenderli viaggiando dentro luoghi essenziali, meravigliosi, di una incontenibile bellezza. Ma ne mancava il simbolo: ogni giorno un paese, una vista, una comunità più straordinaria, amici che ho e che non conosco che hanno dato una mano in cambio di niente, un rincorrersi di emozioni mai provate che riescono a far vibrare di continuo una fede in una esistenza che sembra aver trovato casa. Mancava un simbolo che dicesse tutto questo in una sola parola, in un’unica limpida suggestione: mancava il Col de l’Iseran.
Sale da lontano, ostinatamente, l’Iseran da Val d’Isere, in ampie volte prima e in stretti tornanti poi: sale su larghi pascoli passando vicino a forre nere di torrenti millenari, sale levandosi alto sul baratro che apre all’ampia valle quasi deserta, sale aggrappato alla ripida parete coperta dalla prima neve, sale nel freddo che appanna gli occhiali, che contrae il volto ed intorpidisce le dita, sale nel bianco gelato del ghiaccio che copre tutto ciò che si può vedere, che copre anche pezzi di strada all’ombra delle coste. Sale in un silenzio disabitato e non cede un momento all’ansia di sollevarsi ancora.
Attorno è tutto bianco e freddo e alto, fino a quando questa lunghissima ascesa non impenna e trae poi un sospiro stendendosi in cima. Non mi ero mai staccato così tanto da terra, mi viene da pensare al termine di questo che somiglia molto ad un volo.
La moto non sa dove siamo arrivati, non sa che questo anche per lei è forse un momento unico, irripetibile: se ne sta vicina alla pietra miliare facendosi ammirare da qualche curioso, mentre io, raccolto un po’ di calore dagli scarichi bollenti, mi allontano quasi richiamato da un qualcosa di particolare che mi sembra di aver visto, pochi metri giù dal passo.
Affiancate, in una spettacolare rivista, altissime cime innevate levano le loro affilate guglie in un cielo di seta indaco senza nuvole, e tra me e loro, nitidissime, un tersissimo vuoto. Nessun pensiero, nessuna parola mi riesce, così che scendo con impresso qualcosa di più di un suono nuovo o di un colore: la memoria di tutto questo è compresa in una nuova emozione: le Alpi sono un luogo dell’anima.