Il tour al lago Carezza, così come l’abbiamo sviluppato e vissuto noi, è forse uno dei più belli che ci è capitato di incontrare. Basta intendersi sulla parola “bello”. Gli altoatesini dedicano da sempre la loro esistenza a questo, a far in modo che la loro terra sia prima di tutto bella, e poco importa se a volte ne esce un qualcosa che non sa di niente.
La salita al Manghen inizia di primo mattimo. Raggiungiamo Telve, sulla Val Sugana, percorrendo una Feltrina che, così deserta e di buon ora, è davvero qualcosa di speciale. Alle otto il Piave inizia a stendersi al sole mentre l’ombra imponente del Cesen si ritira. Ci fermiamo per la colazione, subito prima di Feltre: cappuccio con cacao, brioches alla crema ancora calda e vista sul fiume sacro. Non perdetevi nessuna delle tre cose, pur col rispetto dovuto al Piave.
Feltre dorme ancora e il passaggio del nostro motore la scuote un attimo. Superiamo gente che come noi questa mattina non può dormire: ciclisti, canottieri, escursionisti… questa montagna! Non fa caldo e ce ne accorgiamo entrando nella lunga galleria che apre sulla Val Sugana: dentro la temperatura aumenta.
Il viaggio sarà lungo perciò diamo gas, con prudenza, ed il paesaggio già così trentino se lo sbircia il passeggero: in qualche folata siamo a Telve per il caffè, ai piedi del Manghen.
Chissà perchè quando qualcuno scende dalla moto pare abbia sempre qualcosa da dire: “Bella la Ducati! Io ho una Vespa tre marce, una delle prime… mio figlio fa i diciotto e gli prenderò la moto: piccola, però, un trecento.”
Simonetta, le sue lunghe gambe sottili, le sue linee precise e delicate, tengono banco egregiamente mentre pago e chiedo se il passo è aperto. “E’ aperto”. Lo sapevo, ma è stato un modo per ringraziarli. “Questi motociclisti…” avrà pensato di gusto qualcuno.
E’ un’ascesa lunga, a lente volute che riescono in breve a rilassare. Raramente superiamo i cinquanta orari anche nei numerosi rettifili: ci guardiamo attorno decisamente pervasi da una sensazione di ordine, di calma, di silenzio. Ampi prati per un lungo tratto, prima che il bosco prenda la scena, per finire nei rari costoni a picco sulla strada.
Non è un viaggio da fare da soli. Vien voglia di parlare, di sollevare la schiena guidando con la sola destra e facendo le curve come per dondolarsi. Attenzione però. Non c’è guard rail ma vecchi panettoni in cemento, quelli stretti di una volta tutti mangiati dal tempo e dal gelo. Non è un passo tecnico, i cambi di direzione sono ben visibili ma è facile, dato il rilassamento, arrivare lunghi.
Notiamo tavolini ovunque. Il Manghen potrebbe essere perciò un itinerario esso stesso, con pranzo al sacco prossimi alla cima o appena scollinato. Per una giornata al sole in un luogo davvero piacevole credo ci sia poco di meglio.
Sopra, il freddo ci dice tutti i 2047 mt che ci eravamo persi salendo, troppo presi dal paesaggio.
C’è solo il belvedere, sulla sommità del passo, che merita la sosta. Il primo rifugio è al laghetto, qualche centinaio di metri più a valle.
Ci piace il Manghen, che rivela la sua imponenza solo alla fine, dall’alto di un poco rassicurante strapiombo, anche se manca di quel carattere epico così presente nei passi delle dolomiti orientali. Tanto per dire, le righe bianche per terra arrivano fino in cima, che è come trovare dietro l’albero la carta igienica col suo bel portarotolo.
La discesa è veloce. Dopo alcuni tornanti la strada si mette dritta e così rimane fino alla Val di Fiemme.
Piccola deviazione, poco prima della famosa funivia del Cermis, su sterrato [mai più!] per ammirare una cascata e un mal segnalato “abete monumentale”. Sarà che abbiamo faticato un pò a trovarlo ma tanto monumentale non ci sembrava. Poi, come accade in penombra quando l’occhio s’abitua, ci siamo resi conto che, caspita, a guardarlo ‘sto abete è davvero enorme. Oltre quattro metri di circonferenza per 28 metri d’altezza.
La riserva, dove si trova questo abete e la notevole cascata, è ben curata ed anche qui può essere un’idea trascorrere un giorno con amici.
A Cavalese era prevista una sosta caffè di mezza mattina, ma questa cittadina – che intuiamo interessante dalle architetture – non ha luoghi di ristoro ben visibili per migratori come noi. La sensazione, non piacevole, è di un luogo decadente tutto sommato inospitale e snob: per arricchiti in ferie di parata.
Tiriamo dritto dopo il terzo passaggio a vuoto. Troviamo un ristorante dopo Varena. Tre stelle, ma il marciapiede dove ci siamo seduti era disseminato di formiche rosse enormi. Non c’è niente da fare, ci dice il cameriere. Credo che forse dovrebbero cominciare col non dargli più da mangiare.
Il Lavazzè non lascia traccia. Nova Levante è prossima e già stiamo pensando a Carezza ed al lago con dentro l’arcobaleno.
Passate le prime discutibili architetture commerciali di Nova Levante arriviamo con calma al centro abitato, d’impronta decisamente altoatesina: Bolzano è vicinissima, avremmo potuto raggiungerla in poco tempo prendendo la Val d’Ega [di cui si dice un gran bene] qualche tornante prima.
Stiamo salendo il passo di Costalunga [1745mt], anche se non sappiamo goderlo se non come via al lago, in un’attesa che cresce ad ogni curva: nessuno di noi due ne ha vista nemmeno una foto, e ci ritroviamo a trentanni ad immaginare come potrà mai essere un lago incantato.
E’ improvviso, in basso, e sfila via come un’apparizione. Riusciamo a fermarci in un piazzale subito dopo, sulla sinistra: gli immancabili botteghini del niente, souvenirs, magliette e cappellini, un ristoro ed i bagni pubblici. Sarebbe ora di pranzo ma la regola è non accontentarsi di un panozzo orribile pagato carissimo e mangiato in piedi: torneremo al lago dopo.
Saliamo ancora fin oltre Carezza, che altro non è se non un gruppo di casermoni in stile disabitati e ben curati, e troviamo un ristorante. Un’ampia terrazza con veduta su un massiccio rosato, ingentilito da lunghi rivoli di neve splendente, ci convince. Moto a vista, sole, notevole panorama, notevole cameriera… Le sedie in legno massiccio pesano parecchio: c’è da piazzarsi bene prima di iniziare il pasto perchè sono esclusi tutti quegli impercettibili giochi di gambe di assestamento.
Notevole il manzo ed il pane integrale ai sesami.
La cameriera ci lascia ricaricare la batteria della macchina fotografica che già dopo il Manghen segnava riserva patocca. Salutiamo un gruppo di motard tedeschi fra i quali spicca una rossa chioma rasta di una ragazza scalza.
Il silenzio del dopo pranzo di quella valle si rintana di corsa da qualche parte, appena la “bambina” con un ruggito si rimette in moto. Scendiamo al Lago Carezza, il lago dove, secondo la leggenda, uno stregone ha gettato un arcobaleno che, per un incantesimo, ancora oggi sotto lo specchio d’acqua riluce dei propri colori.
Non dirò del lago, che va visto e non raccontato. Si scende dal mercatino per una scalinata ben curata a gradoni di legno e, una volta raggiunto il sentiero, si passeggia intorno al lago, fermandosi ad ammirare tutto ciò che si può ricordando che, probabilmente, non solo il Lago dell’Arcobaleno e il rosso massiccio del Catinaccio hanno leggende da raccontare, ma tutte le strane pietre piantate attorno ed il bosco.
Al mercatino acquistiamo, tirando sul prezzo per compensare l’euro secco speso per il caffè, uno splendido largo bandana a fondo blu con le inconfondibili stelle alpine. “E’ proprio bello con le margherite” esclama rapita Simonetta quando lo svolge. Che vita dura…
Il mercante ci fa pagare con altra moneta lo sconto di 20 centesini. Gli chiedo: “Ma qual’è il periodo migliore per vedere il lago che cambia colore?” E lui: “Ma non è mica questo il lago che cerchi. Il lago che cambia colore è quello di Tovel e ci devi andare a settembre”. Ripartiamo.
Ripartiamo ed a Moena con un caffè lasciamo il Trentino e la sua familiare quiete e l’incanto del lago: il Rolle ci riporta a casa per una salita da ricordare dentro le nuvole.
















