L’asfalto che si lacera ed inghiotte tutto. Mi rimane poco di quel preciso momento, avvolto in uno strato di ovatta che perpetua le immagini ed incupisce i suoni.
La mia “bambina” scivola via da me, adagiata su un fianco in un solo largo innaturale lento movimento.
Poi lo sforzo di intendere l’emozione, formulare un pensiero qualsiasi che potesse alleggerire la pressione dell’asfalto sulle spalle. Rimango giù, premuto da una colpa che ancora non comprendo, schiacciato da un errore fatale, con lo sguardo rivolto alla ruota sollevata che gira pigramente nel picchiettare grave del motore ancora acceso.
Cazzo…
Arriva qualcuno, tanti, corrono tutti, arriva acqua acquistata in fretta nel vicino bar, alcuni fazzoletti. Sanguino, poca roba ma non si ferma. Mi alzo d’istinto, piano ma senza esitazione.
Tutto a posto? Stia giù per carità, beva… vuole una grappa? Beva, si bagni la ferita. Ha battuto la testa, stia giù, la moto, la moto, per piacere, alzate la moto.
Un tale molto robusto, pratico, me la solleva e la spegne: fa motocross per passione, spiega, è tornato indietro quando mi ha visto a terra, dal retrovisore, e ha creduto che mi avessero tagliato la strada: si è fermato per sincerarsi che non prendessero la sua targa, pensando che il pirata fosse proprio lui. Ah…
Come ti senti ragazzo, chiamiamo un ambulanza? forse è meglio, sai? non si scherza con queste cose ragazzo. Grazie ma sto bene, non preoccupatevi, vede? è solo una brutta scucitura. Se la moto è a posto riparto subito.
Quello pratico mi chiede il permesso di fare la conta dei danni e sale in sella, mentre un ragazzino misura a passi i segni incisi sull’asfalto. Conto anch’io quei passi: undici.
Quando accade qualcosa per strada si forma subito un mercato rumoroso e premuroso di consigli, aneddoti, rimproveri: nessuno si è fatto gran male e questo smorza la tensione divenuta corale. Se non mi fossi fatto nulla credo ora che li avrei delusi.
A quanto andavi ragazzo? Ero quasi fermo. Il ghiaino, non avevo visto il ghiaino.
Quando accade qualcosa per strada si ferma chi stava andando da qualche parte, e via via, con l’evaporare del dramma mancato, ognuno riprende la propria direzione cercando di lasciare impressa, come congedo, l’ultima fondamentale raccomandazione. Non ne ricordo nemmeno una, ma tutti mi hanno detto qualcosa, prima di risalire in auto o rientrare in casa.
Poi il silenzio, un silenzio denso che raccoglie il respiro ancora affannato e lo posa assieme alla polvere ancora sospesa. Rimane lo scricchiolio della marmitta che si raffredda: tac, tac-tac.
La moto mi ricorda il gatto dopo che ha fracassato qualcosa, ansimante, accucciato e in attesa, come chi sa di averne combinata una di enorme.
Finisco l’acqua, un po’ bevendo e un po’ lavando quella maledetta ferita che continua a sanguinare: dallo specchietto mi rendo conto che manca un pezzo di pelle. Non è rimasto più nessuno, anche il capannello che guardava da lontano si è dileguato. Un automobilista giovane accosta: serve aiuto? No grazie. Poi un’altro, poi più nessuno.
Assieme al dolore per colpi che non sospettavo di aver preso, si fa sentire anche uno spavento che a stento riconosco. Ricordo bene che a terra il pensiero seguiva impietrito la sorte della moto.
Perchè adesso questa paura? Non è successo nulla infondo. Qualche danno, ma ora che tutto si è fermato non è più una questione emotiva, è una questione di soldi: è una spesa imprevista, sicuro, e forse la moto dovrà aspettare prima di poter essere riparata, dovrà accodarsi ad altre priorità. Ma per questo c’è rabbia, non paura.
Perchè quella gente era tanto terrorizzata? Perchè sarebbe stato bene rimanere ancora un po’ seduto?
Mi avvicino alla bambina, che sembra quasi avvilita. Inizio a capire.
Il manubrio e la leva della frizione sono piegati in avanti, il pomo della manopola è reso irriconoscibile da un orrendo sfregio. Li c’era la mia mano, e mi vengono subito in mente quelle pizzicate bastardissime che certe volte si prendono sulle cerniere delle porte o delle finestre. Eppure la mia mano non ha segni. Il pedale del cambio è ritorto su se stesso, proprio dove appoggiava il piede. Niente, solo qualche graffio alla scarpa. La tracolla dello zaino è lacerata e le scritte sulla maglietta si leggono a fatica: devo aver rotolato. Il cellulare sembra passato sotto una lima e il casco è ammaccato. Ma dov’ero io quando il mondo si è capovolto?
Cerco di ricordare, ma da quel momento riesco a riportare indietro solo lo stridere, come uno strappo, della ruota che cede verso destra sul ghiaino. Nemmeno poi sono più riuscito a cavarne qualcosa.
Non ero proprio fermo. Sono arrivato un pò lungo, scendendo da Collalto per una stradetta, ad una improvvisa confluenza con la via principale. Ma non ero veloce, finivo un giro con la consueta andatura di uno che si gusta le case di sassi, le viti, il verde ed il fieno raccolto in balle sparse nei campi rasati. Forse un pò troppo sole al mattino al lago di Santa Croce, forse un pranzo troppo modesto.
La strada libera a sinistra invitava a tirar dritto: un’occhiata a destra, in tutta sicurezza, rallentando e toccando appena il freno, non si sa mai. Poi il rumore, una fitta, e la moto che si allontana.
Quel poco che ho frenato, sopra il ghiaino che proprio non avevo visto, è bastato a bloccare la ruota e a rovesciare diciassettemila chilometri da illeso.
E’ accaduto proprio dove la mia stradetta finiva e scivolando, moto ed io, siamo finiti nella comunale. Se fosse passata un auto ci avrebbe presi in pieno.
Piano piano metto a fuoco un’altra realtà, improvvisa, fulminante: ho appena rischiato la vita.